www.spaziotremila.it
Spaziotremila
opera in sintonia con
www.sosed.it -(Storia
dell'Auto) ALL-3
Elab.elettronica
e composizione:Atremon
Storia
dell'Automobile italiana
di
Franz Rodi-Morabito
retroauto@sosed.it
.
© Diritti riservati.
E' vietata la riproduzione con ogni mezzo senza il consenso scritto dall'Autore
La Bianchi
Quando comunemente si
dice " ... è nato con il bernoccolo della meccanica" ci si
immagina un individuo che è abbastanza portato per questa disciplina.
Ma cosa si dovrebbe dire del signor Edoardo Bianchi, milanese puro sangue?
Per lui tutto ciò
che aveva un ingranaggio ed un funzionamento era sacro ed era un cromosomo
che spaziava liberamente nel suo corpo.
Bicilette, motociclette,
automobili, scooter, ciclomotori, barche, carrozzelle per invalidi, ...
finanche campanelli e ferric chirurgici di alta precisione erano
il suo "credo".
A sette anni viene
accolto al "Martinitt" ove apprende i rudimenti della disciplina ed affina
il suo innato amore per la meccanica.
Si debbono a lui le
prime biciclette (o meglio "il bicicletto") nella forma che oggi
noi conosciamo. La sua prima realizzazione fu la trasformazione del Velocipede
cui invertì le ruote (la grande dietro e la piccola avanti). Ma
i risultati di stabilità non erano ottimali ... per cui creò
per primo un mezzo con due ruote uguali.
Fu il primo ad utilizzare
la catena per la trasmissione.
Le sue prime realizzazioni
avevano ruote in gomma piena che non era il top della morbidezza ... sui
selciati sconnessi dell'epoca per cui per primo montò quella strana
invenzione di mister Dunlop, la gomma pneumatica.
Dalla sua officinetta
artigianale vennero fuori una serie di biciletti robusti e molto accuratamente
costruiti che ogni giorno godevano di aggiornamenti e migliorie.
Intanto la gente cominciava
ad interessarsi molto al nuovo mezzo per cui si dovette presto cambiare
officina per soddisfare le richieste.
Edoardo Bianchi, che
aveva ricevuto riconoscinmenti sia ad esposizioni internazionali che nelle
corse di biciclette in Italia ed in Europa, fu invitato finanche dalla
Casa Reale per fare da istruttore alla Regina Margherita, nel parco reale
di Monza.
In quella occasione
studiò un telaio che consentisse alla Regina di cavalcare il biciclo
ed ideò ... la bicicletta da donna.
In seguito venne autorizzato
a fregiarsi del titolo di "Fornitore della Real Casa".
Dopo di Lei vollero
imparare le Dame di Corte, le nobili di tutta Italia, la Regina di Napoli,
le Duchesse di Genova e d'Aosta e finanche la Principessa del Portogallo.
Un bel giorno Edoardo
decise che pedalare era utile per la salute, ma poteva anche risultare
faticoso, per cui pensò di alleviare l'umanità dallo sforzo
della pedalata ed applicò un motore De Dion ad un triciclo e fu
così il primo italiano che viaggiò senza l'ausilio dei ...
muscoli.
Tuttavia quel primo
collaudo costò al giovane Edoardo una serie di bruciature alle mani
causate da un principio di incendio al triciclo.
Avendo capito che
il futuro dell'azienda doveva assolutamente passare attraverso le nuove
tecnologie, nel 1900 diede molto rilievo al triciclo nel proprio catalogo
che montando un motore De Dion-Bouton da 2.25 HP raggiungeva i 35 km/h.
Qui il suo genio meccanico
dimostrò di avere anche ... un fratellino chiamato "genio commerciale"
e dotò il suo triciclo di tutta una serie di accessori acquistabili
a parte quale un avantreno per farne un quadriciclo, adottò le prime
forme di sospensione nei telai, utilizzò il rocchetto Rumhkorff,
la possibilità di avere un terzo posto per un'altro passeggero,
addirittura un carrozzino attaccato posteriromente per il passeggero o
per bagagli.
Il 1901 vide la nascita
della prima motocicletta (o meglio bicicletta a motore) avendo applicato
ad un bicicletto un motore De Dion da 1.3/4 HP che la faceva viaggiare
ad una velocità variabile da 10 a 45 km/h.
La cosa però
passò alquanto inosservata dal momento che il periodo storico era
alquanto travagliato e la crisi politica si faceva sentire.
Nel 1902 apparve il
primo veicolo interamente costruito dalla Casa (anche il motore).
Ben sei modelli di
vettura con potenze che oscillavano tra i 4.5 ed 12 HP e che potevano utilizzare
motori monocilindrici Aster o De Dion oppure addirittura Bianchi!
Elegantissime le carrozzerie
realizzate con fogli di alluminio e legni pregiati che poggiavano su un
robusto telaio in tubo di acciaio. Molto interessante il secondo telaio
che, contenendo le parti meccaniche, le proteggeva da eventuali urti.
|
|
12 HP
|
Edoardo non trascurò
inoltre l'utenza assicurando, incluso nel prezzo di acquisto, anche due
giorni di "scuola guida" e l'assistenza gratuita a domicilio del cliente,
ovunque fosse, previo vitto ed alloggio ai meccanici.-
Il 27 marzo 1905 fu
creata con rogito notar Federico Guasti la "Fabbrica di automobili e
velocipedi Edoardo Bianchi & C." con capitale sociale di 800.000
lire.-
La nuova fisionomia
aziendale portò alla nascita in via Paolo Frisi 44 della prima vera
automobile.
Quanto sopra è
riportato dall' amico Antonio Gentile nel suo pregevole volume "Edoardo
Bianchi" edito da Giorgio Nada Editore nel '92, dal quale ci permettiamo
di dissentire in parte.
Infatti noi crediamo
che le vetture che la Bianchi costruì negli anni 1901/4 furono delle
vere autovetture.
Non ravvisiamo la
differenza fra queste e la 3,1/2 HP della FIAT (che pur è universalmente
riconosciuta come autovettura) eppure quella era veramente una carrozza
cui avevano staccati i cavalli!
|
|
TIPO 16
SPORT
|
Grande soddisfazione la
Casa ebbe anche dai motori marini che furono utilizzati dal Ministero della
marina, dell' Esercito, dalla Croce Rossa e persino dal Ministero della
Marina Russa.
Addirittura anche
il Re fece montare sul motoscafo personale due motori Bianchi da 60 CV.-
Avvalendosi di uomini
come Giuseppe Merosi, Tommaselli, Brambilla, Mayr, Franchini ed Alfieri
Maserati la Bianchi trionfò in gare di altissimo prestigio e risonanza
sia in Italia che all'estero.
Merosi aveva assecondato
la volontà di Edoardo Bianchi progettando vetture sempre più
lussuose e potenti. Giunsero a progettare addirittura un 11 litri di cilindrata.
Ma l'utenza chiedeva
una vettura seria ed affidabile, ma che non si discostasse eccesivamente
dai modelli FIAT e, meglio ancora, dai prezzi della Fiat.-
La sorte della Bianchi
fu sempre di dover subire l'effetto trainante della Fiat, ma lo fece quasi
sempre con successo.
Nel 1910/15 aveva
in produzione tre tipi di vettura che dovevano fronteggiare l'invadenza
Fiat.
Comunque quella che
ha avuto maggior fisionomia di questa "guerra" commericiale è
stata la "A" 2, il più piccolo dei tre modelli in poduzione,
che con i suoi 2120 cc tenne abbastanza testa alla Fiat "0".
|
|
A 2
(collezione
privata)
|
L'orientamentio della
Bianchi fu quindi di standardizzare la produzione tentando addirittura
di offrire un solo modello (il progetto non fu mai possibile realizzarlo
in pieno stante il gusto "spumeggiante" degli italiani!).
Fu progettata quindi
la serie "S" che doveva offrire un solo modello, in una sola tinta
(grigioverde) ed anche il radiatore non doveva essere nichelato, ma verniciato
in nero come per la tipo 15.
La casa si attrezzò
con un reparto carrozzeria interno che offriva prodotti uguali secondo
uno schema preciso.
Avendo fatta questa
scela dovette abbandonare vetture già in progettate ed in produzione
che erano veramente importanti ma costose ed tartassate dal fisco.
Negli anni del dopoguerra
troviamo la tipo 15, 16 mentre le 18, ma sopratutto le 20 avevano
fortuna all'estero.
Quando nel 1925 la
Fiat presenta la 509 la Bianchi fu pronta a presentarsi allo scontro con
la S/4 che era una vettura di 1300 cc e ripeteva lo schema dell'architettura
del motore della tipo 18,
La S/4 manteneva
il cambio staccato dal motore e solidale con il tubo di spinta con il quale
oscillava.
Questa vettura ebbe
lunga vita (fino al 1927) quando dovendosi aggiornare si trasformò
in S/5 1300.
L' S/5 1300
in effetti era molto simile alla sua dante causa e fu una serie di transizione
prima di passare alla S/5 1500 cc con carrozzerie interamente metalliche
essendosi dotata la Bianchi di nuove superpresse.
Da notare che negli
anni '20 anche la Bianchi fu vittima di quell'errore di marketing comune
a tutte le case europee e costruì la S/8. Una grossa 8 cilindri
che non trovò assolutamente spazii in Italia a causa del sistema
di tassazione che adottava la formula cilindrata/numero-dei-cilindri. All'estero
era stato difficilissimo l'ingresso della vettura a causa della caduta
della Borsa di New Yorck e comunque non avrebbe trovato ugualmente molti
spazi essendo il mercato intasato di vetture di tale genere.
|
|
S/8 TOURING "FAOUX
CABRIOLET"
|
Ma tornando alle
S/5 notiamo un fenomeno strano.
Le Bianchi, vetture
sempre affidabili, robuste, ma non sportive con la S/5 e poi con
la S/9 hanno una ventata di sportività! Perciò quelle
vetture sono state dotate di linea aereodinamicheggiante e ruote a raggi
tangenti che erano caratteristica peculiare delle sportive
Da dire che le S/5
erano linea aggraziata ed anche nei modelli a tre luci (6 posti) non davano
assolutamente l'idea di un ... "armadio".
|
|
S/5 1500 mod.
Genova
(collezione
privata)
|
Molto eleganti i modelli
Faux Cabriolet e Coupè
|
|
S/5 1500
COUPE' "SOAVE"
(unico
proprietaria la baronessa Bonaccorsi-Lampedusa - Oggi collezione privata)
|
L'ultima vettura prodotta
dalla Bianchi fu la S/9.
Ormai le case automobilistiche
italiane avevano assunto una propria fisionomia per cui avevano una precisa
fascia di utenza.
La Bianchi si era
ubicata a fianco della Lancia per l'accuratezza e l'affidabilità
dei prodotti, ma in zona alquanto marginale.
|
|
S/9 CABRIOLET
|
Inoltre venne a trovarsi
compressa da due grossi successi commerciali: la Augusta prima e l'Aprilia
dopo.
Anche se era una vettura
"onesta", carina dalla linea rotondeggiante, curata nei particolari (i
raggi tangenti delle ruote erano addirittura cromati) essa soffrì
terribilmente dalla rivalità dei due modelli Lancia.
Nel 1939 si era
preparato il rilancio della S/9, ormai invecchiata, con una nuova
versione ma ancora un volta una guerra alle porte ne bloccò la realizzazione.
La Bianchi, dichiarata
"Stabilimento Ausiliario" fu subissata da commesse governative e
messa sotto torchio per produrre biciclette, motociclette e camions per
l'Esercito.
Da dire che gli autocarri
Mediolanum e Cives sono stati la spina dorsale della motorizzazione
militare.
Finita la guerra rimasero
modelli base molto apprezzati dai trasporti civili.
Ancora una volta la
Bianchi, finito il conflitto bellico, dovette rimboccarsi le maniche e
tentare di ricostruire l'attività sia commercialmente ma anche materialmente
i capannoni.
Edoardo Bianchi, ormai
80 enne, coadiuvato dal figlio Giuseppe seppe ricostruirla, ma sopratutto
seppe mantenere all'azienda una impronta familiare.
Ed ancora una volta
( la storia si ripete! ) furono le biciclette (peraltro mai smessa la produzione)
e le motociclette sopratutto leggere (chi non ricorda la mitica "Bianchina"
125 cc) a dare la volata alla ricostruzione.
Tuttavia il settore
auto non fu in grado di risorgere. Per anni furono notati prototipi girare
in prova sulle strade intorno agli stabilimenti, ma puntualmente non ebbero
seguito. Si stava progettando una vettura simile alla Fiat 1400 che "duellasse"
nell'atavica guerra Fiat-Bianchi, ma alla fine non se ne fece niente.
Intanto il mercato
delle biciclette e delle moto andava immiserendosi dal momento che la Bianchi
peccava di immobilismo e non reggeva l'avanzata delle nuove virulente fabbriche
(MV, Mondial, Morini, Benelli) per cui la Bianchi tentò una avventura
commerciale con le barche (il Katamar), ma non ebbe fortuna anche se poi
il mercato esplose per dei costruttori americani.
Nel 1954 l'ing. Quintavalle
riuscì ad interessare la Fiat e la Pirelli alle attività
della Bianchi ed l' 11 gennaio 1955 si formò una nuova società
con 3.000.000 di capitale: l' Autobianchi.-
La Bianchi vi partecipò
al 33% apportando a basso valore gli stabilimenti di Desio, mentre quello
di viale Abruzzi fu demolito.
Un successivo patto
impose alla Bianchi di cessare l'attività di costruttore automobilistico.
Una serie di eventi,
forse primo fra tutti la disaffezione dei dirigenti, portarono all'acquisizione
del pacchetto di maggioranza da parte dell' IMI ed alla fine degli anni
'70 alla cessazione ufficiale della Edoardo Bianchi.
La tempesta che travolse
una Casa così antica portò alla dispersione di un ingente
patrimonio storico.
In primo momento ciò
che era stato recuperato giaceva in un edificio di via Mecenate, dopo se
ne persero le tracce.
L'augurio che fanno
gli studiosi e facciamo tutti gli appassionati è che qualcuno
si sia impossessato del materiale ed un giorno, in qualche forma,
possa tornare a disposizione dell'umanità dando modo di onorare
a pieno "il genio meccanico ed imprenditoriale" del ragazzino
del Martinitt: Edoardo Bianchi!
Fine
Storia della Edoardo Bianchi
Vai
a / Go to Index Storia dell'Automobile
Torna
a Storia dell'Automobile Italiana